San Francesco di Sales

martedì 24 gennaio 2012

 

Don Bosco alla scuola di San Francesco di Sales

QUARTO CENTENARIO DELLA NASCITA DI SAN FRANCESCO DI SALES

(dal Bollettino Salesiano del 1° agosto 1967)

L'Apostolo dei giovani, chiamando "salesiani" i suoi collaboratori, ha iscritto sè e i suoi alla scuola del Dottore dell'Amore divino e della dolcezza evangelica', e ha fatto sua la spiritualità salesiana, che è una spiritualità umana, viva, concreta, nemica del formalismo e amante dell'essenziale : l'amore.

« La sera del 26 gennaio 1854 ci radunammo nella stanza di Don Bosco: esso Don Bosco, Rocchietti, Artiglia, Cagliero e Rua; e ci venne proposto di fare con l'aiuto del Signore e di S. Francesco di Sales una prova di esercizio pratico e di carità verso il prossimo per venire poi a una promessa e quindi, se sarà possibile e conveniente, farne un voto al Signore. Da tale sera fu posto il nome di Salesiani a coloro che si proposero e si proporranno tale esercizio ».

In questa memoria manoscritta del chierico diciassettenne Michele Rua, oggi venerabile don Rua, abbiamo la data in cui Don Bosco e i suoi figli si sono messi a quella Scuola salesiana che già allora aveva al suo attivo due secoli di vita feconda e legioni di allievi. Ma quale la ragione che indusse Don Bosco a scegliere San Francesco di Sales come titolare e maestro della famiglia religiosa che stava per fondare ?

Risponde il servo di Dio don Filippo Rinaldi, suo terzo successore: « San Francesco è un educatore singolare di perfezione, e le sue opere sono tutte pervase da quella pedagogia che due secoli appresso il nostro Fondatore ha saputo mirabilmente e prodigiosamente imprimere, non più sulla carta, ma nella società da lui creata a salvezza della gioventù e da lui battezzata col nome di "salesiana", appunto per indicare ai soci futuri la sorgente alla quale riattingerla per averla sempre vitale e abbondante ».

Don Rinaldi con le sue intuizioni di santo e col suo temperamento di uomo concreto ha visto la dipendenza, ma anche la differenza tra le due spiritualità: sostanzialmente identiche, si realizzano in forma diversa.

San Francesco di Sales è il Maestro di una dottrina spirituale che vive e palpita nelle sue opere immortali; Don Bosco, invece, ha impresso la sua spiritualità «non sulla carta, ma nella società da lui creata».

Pur avendo scritto di ascetica, si è preoccupato soprattutto di infondere uno spirito nella sua opera: ha sentito più forte la missione di scrivere nel cuore dei suoi figli che non quella di scrivere sulla carta. La dottrina c'era già; Dio chiamava Don Bosco a realizzarla e a vitalizzarla nella famiglia da lui fondata a salvezza della gioventù, e nella irradiazione che la sua opera - attraverso i Cooperatori e gli Exallievi - avrebbe avuto nel mondo.

Personalmente, quando Don Bosco si mise alla scuola del Vescovo di Ginevra? Le Memorie Biografiche del Santo ci offrono dati sufficienti per assistere al sorgere e al crescere della istintiva simpatia che Don Bosco nutrì sempre per il Santo della bontà dolce e amabile. Il « Maestro del metodo dell'amore» si trovava bene a scuola dal «Dottore dell'amore» (Paolo VI).

Si può affermare che Dio stesso volle Don Bosco alla scuola di San Francesco di Sales fin dall'età di nove anni. Nel sogno più importante della sua vita Giovannino Bosco vede tracciata la sua missione. Egli non è in grado di comprenderla, ma ascolta le parole del personaggio: «Non con le percosse ma con la masuetudine e la carità dovrai guadagnarti questi tuoi amici».

Negli anni successivi la Provvidenza dispone una serie di incontri tra il futuro apostolo dei giovani e il santo della mansuetudine.

" E io Bosco di Sales"

A Chieri, dove Don Bosco compì i suoi studi, San Francesco di Sales era stato ospite nell'ultimo anno della sua vita (1622); e anche per questo il seminario lo venerava come uno dei protettori. Il chierico Bosco se lo scelse fin d'allora come maestro di amabilità dolce e pieghevole. C'era nel seminario un altro chierico che aveva lo stesso nome e cognome. Un giorno i due amici, riferendosi al significato piemontese di "bosco = legno", faceziavano e si domandavano quale soprannome imporsi per distinguersi in caso di chiamata. L'altro disse: « Io sono Bosco di Nespolo» (in piemontese: bosc 'd puciu). E voleva significare di essere un legno duro, nodoso, poco pieghevole. E il futuro Don Bosco, già salesiano nell'anima, pronto: « E io Bosco di Sales" (in piemontese: bosc 'd sales) vale a dire: legno di salice, dolce e flessibile.

Fatto prete, Don Bosco entra nel Convitto ecclesiastico di Torino, che ha per primo protettore San Francesco di Sales; ma soprattutto c'è Don Cafasso, che i convittori hanno definito « copia vivente » del Santo della mitezza evangelica.

Il giorno in cui Don Bosco entra nella casa della marchesa di Barolo per cominciare il suo ministero, vi trova un magnifico affresco di San Francesco di Sales e viene a conoscere un desiderio della piissima dama: fondare una Congregazione di sacerdoti sotto il titolo di San Francesco di Sales.

Quando vuol dare un titolo al suo Oratorio, pensa a San Francesco di Sales, ma come sempre suol fare. chiede il parere del suo superiore. Don Cafasso, come se gli avesse letto in cuore, gli dice di metterlo sotto la protezione del Vescovo di Ginevra, perchè l'apostolato tra i giovani richiede grande calma e mansuetudine.

L'8 dicembre del 1844 Don Bosco benedice la prima cappella di San Francesco di Sales presso la marchesa Barolo. Due anni dopo, nel 1846, quando l'Oratorio ottenne una sede fissa nella tettoia Pinardi a Valdocco, Don Bosco benedice la seconda cappella in onore di San Francesco di Sales. Sei anni più tardi, nel 1852, non più una modestissima e disagiata cappella ma, per quei tempi, una chiesa bella, comoda: la chiesa di San Francesco di Sales, tuttora esistente.

Don Bosco alla scuola di San Francesco di Sales

Le ragioni che fino a questo momento hanno indotto Don Bosco ad assumere San Francesco di Sales come titolare e protettore del suo Oratorio non sembrano ancora tali da costituire un legame sostanziale tra lui e il santo Vescovo di Ginevra. Praticamente l'Apostolo dei giovani vede nel Santo di Sales il tipo perfetto della calma, della mansuetudine, della carità, che intende proporre a sè e ai suoi collaboratori come modello nella educazione dei giovani. Entro questi limiti la salesianità non è ancora molto impegnativa per Don Bosco.

Ma la sera del 26 gennaio 1854 nella storica adunanza che abbiamo ricordato, si squarciano i veli e Don Bosco si manifesta per la prima volta un discepolo della scuola salesiana. L'appellativo di Salesiani con la sua comparsa timida e ardita insieme getta un fascio di luce sulla concezione che Don Bosco aveva della vita di perfezione.

Altro è che Don Bosco dedichi a San Francesco di Sales le sue chiese e il suo Oratorio, e altro è che chiami salesiana la sua istituzione. Il qualificativo salesiano aveva già allora un contenuto dottrinale e storico preciso, che Don Bosco poteva arricchire - come fece - ma non modificare. Chiamando salesiani i suoi attuali e futuri collaboratori, egli iscriveva sè e i suoi alla scuola salesiana.

È noto che gli storici della spiritualità, col termine di "scuola salesiana" designano una delle quattro grandi scuole di spiritualità dei tempi moderni. Dalla metà del '400 fino alla metà del '6o0, cioè dal Rinascimento al Giansenismo, la Spagna, la Francia, l'Italia crearono tre grandi monumenti di sapienza cristiana, chiamati rispettivamente scuola di spiritualità spagnola, francese, italiana. Accanto a questi tre monumenti, opera collettiva di grandi cristiani, San Francesco di Sales, da solo, innalzò il suo, la scuola salesiana.

Il significato essenziale dell'adunanza della sera del 26 gennaio 1854 non può dunque essere che questo: Don Bosco col dare a sè e ai suoi il nome di Salesiani dichiara di fare sua e dei suoi la spiritualità di San Francesco di Sales.

A questa scelta pensiamo non sia stata estranea, da una parte un'ispirazione superiore, e dall'altra la grande somiglianza delle due personalità. Di San Francesco è stato scritto: « I doni della grazia si sono uniti a quelli della natura nel Vescovo Savoiardo, per farne uno dei santi più completi e più attraenti ». Di Don Bosco un suo biografo non italiano ha sentenziato: « È uno degli uomini più completi e assoluti che io abbia conosciuto, frutto squisito del Cristianesimo latino ».

Dio non crea gli uomini in serie, tanto meno i santi uguali, ma si direbbe che di certi suoi capolavori prenda diletto a farne, anche a distanza di secoli, una seconda edizione, con l'aggiornamento richiesto dai tempi e con caratteristiche tali da farli apparire capolavori nuovi. È il caso di Don Bosco, che ricopia la grande figura del Santo della bontà dolce e amabile, ma presenta una ricchezza di elementi originali che fanno pensare a una nuova stupenda creazione di Dio.

Non astruserie, ma semplicità evangelica

Ma il nostro discorso era sui tratti di somiglianza tra i due Santi. Sono molti e profondi. Solo qualche rilievo sui più evidenti.

La spiritualità di Don Bosco, come quella di San Francesco di Sales, è una spiritualità umana, viva, concreta, antiformalistica. È la spiritualità dell'uomo d'azione, dell'uomo moderno, che vuole una spiritualità attiva, dinamica, non costretta da forme, autentica insomma, come oggi si usa dire.

« Povera gente! - esclama San Francesco di Sales - si tormentano a cercare l'arte di amar Dio, e non sanno che non ce n'è altra che quella di amarlo ».

« Per ciò che riguarda la nostra perfezione, che consiste nell'unione della nostra anima con la divina Bontà, bisogna saper poco e fare assai».

Non occorre aver fatto studi sulla spiritualità di Don Bosco per costatare come questi princìpi pratici abbiano dominato tutta la sua vita e i suoi insegnamenti.

Del resto don Rinaldi, uno dei salesiani che meglio hanno assimilato lo spirito di Don Bosco e i cui scritti i revisori del tribunale ecclesiastico hanno trovato molto vicini a quelli di San Francesco di Sales, parla così della spiritualità di Don Bosco: «Non astruserie di metodi e formole ingombranti, ma la semplicità evangelica: sgombrare la via dagli impedimenti che si frappongono all'unione, cioè dal peccato e dalle cattive abitudini, in modo spiccio, decisivo; e poi cominciare subito a correre per la via che ci è tracciata, facendo le opere dell'amore, con l'accettazione dei sacrifici necessari nell'apostolato della nostra missione. Come Don Bosco, bisogna arrivare all'unione con Dio per la via più breve e con minor dispendio di tempo, per consacrarlo tutto al bene del prossimo, in cui sta la vera controprova dell'amore di Dio e della nostra unione con lui ».

"Lavoro e Preghiera"

Altra caratteristica comune ai due Santi: la loro è la spiritualità dell'azione. Si direbbe che il Concilio Vaticano II abbia canonizzato la spiritualità del lavoro di San Francesco di Sales e di Don Bosco. Nel decreto sull'apostolato dei laici si legge: « Nè la cura della famiglia nè gli altri impegni secolari devono essere estranei alla spiritualità della loro vita, secondo il detto dell'Apostolo: Tutto quello che fate, in parole e in opere, tutto fatelo nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie a Dio e al Padre per mezzo di lui » (Col., 3, 17).

Sembra di leggere un commento preventivo al Concilio in queste parole di San Francesco di Sales: « F' un errore manifesto il pensare che le occupazioni legittime ci separino dall'amore divino. Non c'è al contrario cemento più forte per unirsi a Dio, di quello di farle puramente per la sua gloria. Il lasciarle, per unirsi a Dio con l'orazione, la solitudine, la lettura, il silenzio, il raccoglimento, il riposo, la contemplazione, è piuttosto lasciare Dio per unirci a noi stessi e al nostro amor proprio ».

Non la pensava diversamente Don Bosco, che ha fatto del lavoro uno dei cardini della sua spiritualità.

Ai suoi figli dava direttive che avrebbero fatto arricciare il naso a qualche maestro di ascetica: «Non vi raccomando penitenze e discipline, ma lavoro, lavoro, lavoro ».

A quelli che lo seguivano prometteva: « Pane, lavoro, Paradiso ». Anche Gesù, nella parabola degli operai della vigna, fa dare a tutti quelli che han lavorato « un denaro », col quale poter entrare nel «regno dei cieli ».

Don Bosco compendiava la sua ascetica del lavoro così: «Chi non sa lavorare non è salesiano ».

La frase aveva impressionato Pio XI, che la ricordò nella storica udienza concessa alla Famiglia salesiana il giorno dopo la beatificazione di Don Bosco nel cortile di San Damaso. Lo stesso grande Papa, concedendo a Don Rinaldi l'indulgenza del lavoro santificato, aveva detto: « Non: lavoro e preghiera, ma: lavoro è preghiera ».

Naturalmente questo vale - ce lo ripete Don Bosco - quando non ci si dimentica che si lavora per il Signore, e quando il motore del lavoro non è l'amor proprio, ma l'amore di Dio e delle anime.

Ecco un saggio concreto di questo lavoro che santifica perchè mosso da una carità e pazienza eroiche.

Di San. Francesco di Sales la Santa di Chantal soleva dire: « Non c'è rimedio: la sua incomparabile dolcezza non gli permette di rifiutarsi a nessuno. Io credo che non convenga importunarlo perchè si liberi dal popolo minuto, perchè sarebbe un raddoppiargli la pena, stante l'inclinazione che ha di appagare ognuno. Questo degnissimo Padre è un vero miracolo di virtù e di bontà ».

Di Don Bosco un suo amico, il padre Felice Giordano degli Oblati di Maria Vergine, ha scritto: «Quante ore d'udienza ogni giorno, quante visite interminabili, bene spesso di noiosi, di rozzi, di poveri, di angustiati, di afflitti e massime di indiscreti! Ed egli tutti accoglie col sorriso, tutti ascolta con attenzione, senza mai nessuna premura di congedarli... Una simile calma e pazienza, una tale equanimità portentosa potrà sembrare ai posteri inverosimile, eppure è cosa di tutti i giorni».

Attuale ancor oggi

Tra San Francesco e Don Bosco ci sono molti altri tratti di somiglianza, come l'ottimismo, l'inclinazione a mettere in evidenza il lato bello e attraente della virtù, l'arte di mortificarsi fino all'estremo limite senza che all'esterno appaiano i segni di questa austerità di fondo, la semplicità amabile, la calma sorridente, il metodo del dialogo con i vicini e con i lontani...

Paolo VI mette in rilievo l'attualità di San Francesco di Sales soprattutto per il suo spirito ecumenico, e afferma che prevenne di secoli i nostri tempi tracciando nell'apostolato «una via luminosa che dev'essere anche oggi imitata ». « Ama gli erranti - continua il Papa - mentre corregge gli errori; e se le sue posizioni sono diverse, egli non usa mai l'opposizione polemica, e avvicina la lucerna alla lucerna; tenace nell'amare, nel pregare e nell'illuminare, sa pazientare a lungo, sa ricondurre gradatamente gli erranti alla pienezza della verità, dalla qual non è lecito ad alcuno di allontanarsi e che nessuno ha il permesso di diminuire ».

Di Don Bosco scrive don Lemoyne: « Nelle dispute con i protestanti, taluni non adoperavano sempre verso di lui modi cortesi, ma egli non smise mai di trattarli con dolcezza. Questa egli la diceva la virtù più necessaria particolarmente con gli eretici. Infatti se si accorgono che si voglia prevalere sopra di essi, allora si preparano non già a conoscere la verità, ma a combatterla; e le vive contestazioni chiudono la porta del loro cuore, mentre l'affabilità l'avrebbe aperta. San Francesco di Sales, sebbene abilissimo nella controversia, guadagnava più eretici con la sua dolcezza che non per mezzo della scienza. La forza di una disputa senza dolcezza non convertì mai nessuno ».

Qui viene spontaneo pensare alla nota massima di San Francesco di Sales: «Si prendono più mosche con una goccia di miele che con un barile di aceto ». È la legge di pedagogia e di pastorale che Don Bosco ha attuato in pieno col suo sistema preventivo.

Questi elementi dicono quale ricchezza inesauribile rappresenti la spiritualità salesiana vissuta da Don Bosco: è un capitale di cui possono disporre tutti i membri della triplice nostra famiglia e quanti amano vivere all'ombra del frondoso albero salesiano. È il Papa stesso che invita ad attingere a questo tesoro quanti vogliono vivere e muoversi nel clima postconciliare: «Nessuno più e meglio del Sales, tra i recenti Dottori della Chiesa, ha saputo con il profondo intuito della sua sagacia prevenire le deliberazioni del Concilio. Egli sarà di aiuto con l'esempio della vita, con l'abbondanza di una dottrina pura e sana, e con il suo sicuro metodo di spiritualità, aperto alla cristiana perfezione di persone di ogni stato e condizione ».

 

 

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